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domenica 15 marzo 2015

Virare quando l'intenzione cambia

Grazie a Dio esistono momenti d'insonnia che si rivelano molto produttivi, per mia fortuna. In un raptus di follia creativa e di ritorno da una serata tranquilla (dove la testa ha avuto modo di macinare in maniera frenetica, pur con un sottofondo musicale piacevole) mi sono domandata in piena onestà per quale motivo avessi aperto questo blog.

Correlativo oggettivo della mia rinnovata pace, amen? (*)
Blog trascuratissimo, davvero maltrattato. Eppure non mancava l'intenzione! Ogni volta che finivo di leggere un libro o di guardare un certo film mi dicevo: "ci scriverò qualcosa sopra, voglio ricordarmi le sensazioni che ho provato, voglio far sapere che mi è piaciuto, etc". Ma ogni volta che accadeva? Non mi bastava dire cosa avevo provato io, inesperta ma apprendista in molti campi. Non era abbastanza perché mi sembrava banale, troppo personale, poco alla portata di tutti. Mi sarei messa al centro dell'attenzione, alla mercé di un pubblico a me ignoto. Così cercavo di trasmettere dati più oggettivi e tecnici che si proponessero di diventare opinioni serie su qualcosa. Da qui la mia difficoltà di chiamare "recensioni" le opinioni che cercavo di esprimere.
Perché cercare di essere seria, tecnica? Ebbene, alla base di tutto sta un fatto personale: nonostante la mia esteriore e bonaria (oltre che stupida; chi mi conosce di persona lo sa benissimo) spavalderia sono sempre stata un'insicura cronica e questa ne è l'ennesima conseguenza. Perché, in fondo, non volevo deludere il potenziale lettore di questo blog che, nella mia immaginazione, era seriamente intenzionato a cogliere i miei consigli. Perché volevo riuscire a rispondere ad un'alta aspettativa?

Queste domande sono nate spontaneamente, turbinando sempre più insistentemente nella mia testa, soprattutto da quando ho iniziato a frequentare molto assiduamente la blogosfera, in particolare il mondo dei lit-blog. Un mondo davvero a parte, in cui giornalisti (ma più in generale tecnici del settore) e/o lettori di un certo spessore fanno vere recensioni, vere critiche con mezzi espressivi elaborati e curati. Io sono ancora ad uno stadio larvale, pur avendo tutta la buona volontà di migliorare.
E allora cosa fare? Dovrei evitare di mettermi alla prova, non scrivendo o non cercando di scrivere recensioni serie? No. A me piace scrivere, voglio migliorare, ho bisogno di parlare di tutto ciò che mi interessa / di tutto ciò che nella vita reale, alle persone reali, ossia quelle persone abituate a vivere bene nella realtà esteriore, nonché alla superficie delle cose (una buona fetta di popolazione che spesso mi ritrovo ad invidiare per il senso pratico che applicano in ogni campo) non interessa.

Qui ho la possibilità di rivolgermi ad un interlocutore immaginario che mi ascolti e che abbia la pazienza di recepire il mio (spesso delirante) sbobinamento di pensieri accumulati durante la visione di un film o la lettura di un libro. E allora perché non provare? Proviamoci eccome! Ma senza intenzioni seconde, senza voler essere tecnica, senza voler essere troppo seria. Questo si configurerà come un vero e proprio palcoscenico della mia interiorità. Certamente un palcoscenico di rappresentazioni programmate. Offrirò di me solo ciò che è innocuo, ciò che non dovrebbe ferirmi nel caso in cui venga criticato. E allora niente appellativi, niente recensioni, né intenzioni di recensioni.
Sono arrivata a questa epifania dopo tanto tempo e probabilmente alcuni di voi si chiederanno: "e che cambierà concretamente: non è lo stesso che facevi prima?". Dall'esterno potrebbe anche darsi, ma ciò che importa è che ora c'è un cambio di atteggiamento in me, un'attitudine diversa nei confronti di questa piattaforma che userò più spesso e volentieri, senza avere timori di sorta (niente alte aspettative = niente grandi responsabilità).

È con quest'intenzione che ho cambiato anche la grafica, ora molto scarna ed essenziale, incentrata solo ed unicamente sul testo. Non ci sono, come potete vedere, tante pubblicità né tentativi di affiliarmi a chissà quanti altri siti. Blog personale a tutti gli effetti, archivio della memoria.
In breve: chi avrà intenzione di sbirciare nella mia interiorità è il benvenuto. Pubblicherò, se ne ho voglia / se ci tengo particolarmente ad avere un riscontro, i post sul mio profilo Facebook, con la stessa intenzione con cui regalerei ad un amico un libro per "far sapere che ho pensato tal o tal cosa". Ed ho preso addirittura consapevolezza del fatto che tutti possano pensare: chemmefrega di ciò che pensi. Diritto legittimo! Basterà non entrare in questa pagina oppure entrare e farsi due risate a scapito della sottoscritta (perché, siamo sincer*, chi non ha mai fatto cose di questo genere?).
Spero vivamente che questo rapporto più sereno e spensierato col blog possa aiutarmi a sciogliermi nelle situazioni più disparate perché, da quando sono tornata dal mio Erasmus in Germania, tutto mi sembra così sottosopra e privo di appigli. Ho intenzione di prendere in mano le redini della situazione, dire finalmente IO senza aver paura. Partire da una realtà virtuale, ai miei occhi abbastanza innocua (per esperienza personale, anche se non è affatto così per molte altre persone) non mi sembra una cattiva idea.
Con rinnovate intenzioni vi saluto e vi dico con franchezza che non ho nulla da offrire se non i miei modesti pareri, i miei discutibili interessi ed infine le mie buone intenzioni.
A presto,
un'insonne e ostinata Flavague

(*) P.S.: Fotografia bellissima scattata da Gina Pane, dal titolo Situation idéale Terre-artiste-Ciel (1969). 

martedì 7 maggio 2013

Il predominio dell'io

Ora tarda, come mio solito, ma momento necessario per la riflessione. Stavolta, a differenza di ciò che mi accade abitualmente, credo di avere qualcosa da dire o forse qualcosa da domandare. Una serie di questioni irrisolte ha invaso la mia testa nel momento in cui ho letto alcuni testi scritti da un'esordiente. Erano parole di grande impatto, metafore complesse ed indomabili, personalissime. Si riusciva a scorgere fra quelle righe l'urlo di un io gigantesco e tremendamente inquieto. La reazione da parte del "pubblico" virtuale è stata molto dura e negativa, forse a ragione o a torto, questo non si può spiegare bene.

Ed effettivamente sta proprio qui il problema. Nei testi di quella ragazza era (ed è tuttora) presente un'interiorità di considerevole portata. Come si può quindi giudicare un testo se quest'ultimo è il ritratto stesso di una persona? Come valutare il paesaggio interiore di quell'autrice che non ne ha limato i contorni né le parole? Come si può valutare oggettivamente la profondità che l'autore dà a quelle parole? Sarebbe impossibile separare il sangue dall'inchiostro.



Non so perché questo fatto irrilevante mi abbia turbata, ma ciò che è certo è che ho passato buona parte della giornata, fra un'occupazione e l'altra, a riflettere sul valore che l'impronta dell'autore ha sul suo lavoro. E' risaputo che tutte le opere d'arte abbiano uno spunto autobiografico (seppur minimo) ma non è questo che intendo con "impronta". Con impronta preferirei piuttosto indicare l'apporto emotivo -di profondità e di vissuto personale, non immaginato ed inconsistente come può essere un'ideale- e soprattutto verbale/stilistico che l'autore dà al suo lavoro.

Cercherò di spiegarmi meglio: un autore che scrive di un trauma e che l'ha vissuto avrà più profondità di un altro scrittore che invece è limitato ad immaginare la reazione di uno dei suoi personaggi, in relazione a quel trauma. Tuttavia il primo autore avrà meno lucidità (perché fin troppo coinvolto nelle scene) nello sviscerare il proprio vissuto, mentre il secondo sarà più lineare e coerente, di conseguenza più accessibile al pubblico: tutti i lettori si troverebbero infatti allo stesso livello dell'autore che "immagina" il trauma, ad un gradino più in basso rispetto all'autore che si racconta e che ha davvero vissuto il trauma.
L'io dell'artista quindi piuttosto che proporsi come punto di partenza sarebbe fine a se stesso, si contorcerebbe nel tentativo di rigenerarsi e capirsi attraverso la scrittura. Alla maggior parte dei lettori risulterebbe essere uno scrittore mediocre, perché non sa trasmettere nulla in maniera universale, e si presenta come uno scrigno chiuso col lucchetto, impossibile da capire. Mi trovo però completamente in disaccordo con questa "maggior parte" perché credo che la scrittura, intesa in questo senso come catarsi, sia una delle forme d'arti più nobili. Ma il pubblico? Ma i lettori? Ma il valore universale delle parole?

Non capisco. Il contrasto pubblico-autore non può non essere presente perché le opere devono essere fruibili in qualche modo, l'universalità è sacrosanto diritto e dovere della letteratura. Ma chi pensa all'io dell'autore? Ad un io che non riesce a spiegarsi in parole semplici e lineari, come la maggior parte dei buoni autori, perché troppo complesso - non certamente un "io" colto e di facile comprensione. L'esordiente in questione dovrebbe cambiare il proprio modo di scrivere, dovrebbe censurare le proprie metafore disordinate per risultare accessibile? Dovrebbe scrivere usando le virgole ed i punti, rinunciando al flusso di coscienza che invece è un facile trucco da bambini? Potrei andare avanti all'infinito facendo domande retoriche e congetture, ma il succo è sempre lo stesso. Da una sciocchezza simile sono arrivata a dubitare dell'essenza stessa delle parole, dell'impatto e del significato che hanno per l'artefice e per i suoi lettori.

Ci deve necessariamente essere un limite nella comunicazione che permetta la trasmissione del messaggio. L'autore scrive partendo da sé, di certo, ma dovrà allargare la visuale per includere le emozioni ed i pensieri di molti altri, altrimenti sarebbe incompreso e "mediocre". Lo sviluppo dell'idea personale dell'autore ad un certo punto dovrà essere frenato, o quanto meno tenuto sotto rigido controllo, affinché non abbia il predominio su tutta la pagina. Il lettore ne rimarrebbe escluso, guarderebbe le parole, stampate nero su bianco, come una persona che si trova ad avere a che fare con tavole antiche scritte in sanscrito. Si sentirebbe tagliato fuori dal mondo interiore dell'autore, forse ne rimarrebbe deluso o persino arrabbiato. Ma qual'è questo limite e quanto è necessario? Che valore dovrebbero avere le parole? Per il pubblico o per l'autore? L'autore dovrebbe frenare la propria urgenza interiore? A scapito di se stesso o del pubblico, in sostanza.

venerdì 12 aprile 2013

Gli strani effetti del sonno

Questo per me è un momento di estrema noia ed avendo a disposizione un foglio virtuale su cui scrivere (e che tutti potranno leggere! Non pensavo di poter esser tanto sicura di me), mi accingo a farlo. Premetto di non avere qualche bella idea da sfoggiare, qualcosa da consigliare (o pubblicizzare); il che contrasta nettamente con l'immagine che do di me, una sorta di venditrice ambulante- pubblicità occulta di tutto ciò che mi piace. Mi sto riferendo alla tendenza a parlare di libri che leggo, film che guardo e che mi piacciono o perché no, quando e come, chi, perché lo devi guardare (...) perdendomi in monologhi noiosissimi, per poi trovare lo sguardo del mio interlocutore fermo ad un "ma chi te l'ha chiesto, scusa?". Ma sorvoliamo.

Che scopo ha questo mio scrivere? Non lo so, e ve lo dico col cuore. La mia ossessione di voler scrivere di me per cercare di trovare chissà quale tesoro nascosto sedimentato nella mia interiorità (che poi dovrei già conoscere, almeno in parte, dato che ci vivo insieme da quasi vent'anni?) è preoccupante. Un'ossessione che praticamente la maggior parte degli scrittori dopo il Romanticismo (la febbre dell'interiorità, le confessioni, i diari personali; fossi vissuta a quel tempo avrei pompato la mia immagine all'inverosimile!) continua a mantenere perché, in fondo, cosa c'è di più interessante di noi stessi? Insomma, narcisismo allo stato puro, ecco ciò che accomuna una larga percentuale degli intellettuali. Ancora peggio se pensiamo che praticamente tutte le opere nascono da moti interiori e da fatti meramente autobiografici. Siamo ossessionati dall'idea di noi stessi, come se fossimo speciali ed avessimo sempre qualcosa da dire. 

Dovrei andare a dormire, ne sono fin troppo consapevole, ma mi sto divertendo molto a lasciarmi trasportare dai primi pensieri che mi capitano per la testa, incontrollati e sconnessi. Queste idee, così allo stato embrionale, in fondo sono il tesoro, la materia prima su cui gli scrittori lavorano, che limano con maniacale e materna attenzione, evitando il rischio di smussare troppo gli angoli o enfatizzare troppo alcuni aspetti. Poveri scrittori, sempre così prudenti, in perenne stato di chi va là, per non risultare sgradevoli o eccessivi ai propri occhi e soprattutto a quelli degli altri. Ho fatto attenzione, solo ultimamente e solo grazie alla Woolf (ma non dirò perché e come sto leggendo quel suo libro piuttosto che un altro, etc.), a quest'ultimo aspetto.

Gli artisti spesso sono sensibili (oppure montati e sbarellati, ma questa è un'altra faccenda) ed è forse per questo che si sentono ancora più spesso tagliati fuori dal mondo (dovrei fare un disclaimer lunghissimo dicendo che bisogna però fare attenzione ai periodi storici perché, ad esempio, in tempo di guerra molti artisti invece sono integratissimi e portano avanti battaglie ideologiche- ma fingiamo di saperlo già). Eppure da parte degli artisti c'è sempre un atteggiamento di cieca sottomissione, continua ricerca di piacere a qualcuno (un pubblico si direbbe, ma non necessariamente, a volte ambiscono solo al riconoscimento da parte di un gruppo limitato di persone per sentirsi "parte" di qualcosa). Più si sentono respinti o indifferenti alla società e più cercano di avvicinarsi, di dimostrare che valgono qualcosa. Hanno perso l'aureola, certo, ma pretendono almeno una corona di cartone (perdonate l'immagine, è orribile, ma ho il cervello in stand-by e non mi viene di meglio).

Poi però, mi dico, ci sono anche le epoche in cui l'integrazione non è più minimamente possibile ed allora, i poeti in particolare, si piangono addosso affidandosi al passato oppure reagiscono con un atteggiamento del tipo: "Se non posso essere come vogliono loro, allora sarò qualcos'altro" (e quasi sempre questo "altro" vuole essere una provocazione, perciò riprendono esattamente l'archetipo sociale per eccellenza e lo ribaltano). E' straordinario vedere come ogni atteggiamento umano - intendo presente in tutti i comuni mortali -sia però potenziato all'ennesima potenza dalla maggior parte degli artisti. E' un bisogno viscerale

Anche quando si trovano sul ciglio della strada e non hanno pane e sanno di aver fallito, da bravi idealisti quali sono ("meno male" che gli ideali fra gli artisti siano così forti ed intensi) non si mettono a cercare un'occupazione che possa garantire loro un pasto caldo, ma si lasciano morire come cani. Relitti di ideali e vergogna. Bella l'arte, un po' meno belli gli artisti (ma è forse proprio questo che li rende sovrumani?). Io, stupidamente, rimango sempre affascinata da quest'immagine di estrema decadenza che però ha un valore inestimabile: contiene un retroscena di rifiuti di compromessi in nome di ideali assoluti che la corporeità (in senso lato: la società) non può in nessun modo intaccare. Sovrumani.

domenica 17 marzo 2013

Mi presento

Salve.
Questo dovrebbe essere un post importante. Tanto vale, so a malapena cosa scrivere. L'ideale sarebbe dire chi sono, per chi non mi conoscesse. Allora dico che mi chiamo Flavia, (Flavague nelle poche realtà virtuali che frequento), 19 anni, studentessa di Lingue e Letterature straniere moderne. Parlare di me in questi termini sarebbe come identificare una nicchia di persone che, come me, frequentano questa facoltà, hanno i miei stessi anni e si chiamano Flavia. Sarebbe a dire: niente. Ci saranno almeno 5000 persone che corrispondono a questi criteri, ed anche il numero è poco significativo (decisamente improvvisato).

Parliamo quindi di qualcosa di più serio, giusto per riuscire a capire perché diavolo sto scrivendo qui, su una piattaforma virtuale che oso utilizzare. Sono una persona molto curiosa, dote utile, non eccessivamente creativa (capacità che mi sarebbe decisamente molto più utile) e troppo seria. Ed è proprio questo il problema: la serietà a lungo andare finisce per fossilizzarsi e diventare un groviglio di noia e -no- io non voglio affatto diventare una persona noiosa.

 L'autoironia mi appartiene, ma in una maniera decisamente distruttiva (pensate ad un monologo fra due parti che si danno contro, che si insultano con sorriso sghembo ed amaro, mentre il pubblico che le guarda ride di gusto, credendo fermamente che quel cabaret sia solo una messinscena, che gli insulti non siano veri: no, mi spiace, così non è). Ed ora, in questo momento di blocco creativo (l'incubo del foglio bianco di ogni scrittore!), mi è sembrato il caso di togliere questa maschera da persona seria, finta intellettuale ed accanita ficcanaso per dare un senso alle mie parole, o almeno provarci.
Il gatto fa le fusa accanto a me. Che noia, mi dico. Anche nel tentativo di sembrare una persona affabile risulto essere decisamente seria e didascalica.

Che altro? Mi piace scrivere, davvero tanto, e non me la cavo troppo male (o almeno questo è ciò che mi è stato detto dai poveri beta readers che ho assillato). Scrivo poesie, racconti, frammenti ed ho iniziato da poco un romanzo (che per ora non ha ancora l'onore di poter essere definito tale). Ma voglio anche scrivere di me perché uno (pseudo)scrittore che non riflette su se stesso è decisamente un pessimo scrittore. Rischierebbe invece di diventare un pedante erudito, rinchiuso fra le alte pile dei propri libri, incapace di alzare lo sguardo verso la finestra. Nel mio caso, questa finestra non dà solo sul giardino - fra poco è primavera e sarà uno spettacolo- ma soprattutto sul mio mondo interiore. Pensate alla finestra della Woolf, intesa proprio come simbolo dell'interiorità, come piccolo contatto fra il proprio io ed il resto del mondo, come sguardo su di sé. Nel tentativo di esorcizzare questa prospettiva mi dedico all'autoanalisi, davanti ad un pubblico di anonimi lettori.

Non garantisco nulla di buono, anche se ho moltissime idee per la testa. Mi piacerebbe condividere opere, parole, immagini, persone-autori che mi hanno particolarmente colpita e che vorrei far scoprire a più persone possibili. Sfruttare questo aspetto di Internet (che forse non è solo utile per stalkerare e guardare video idioti) mi dà decisamente molta soddisfazione, mi fa sentire meno pigra e perdigiorno, soprattutto quando rimango inchiodata per ore davanti ad uno schermo. Potreste vedere questo blog come un pretesto -e forse lo è- ma che importa se mi aiuta?

Un autoinganno come tanti altri, d'altronde non è un caso che io ami così tanto soffermarmi su questo aspetto: Svevo ed il suo Zeno lo hanno ben dimostrato. Ed in quanto sveviana (convinta) non mi voglio smentire. Ma tornerò a parlare di Svevo e dei suoi adorabili personaggi al più presto, nel tentativo di fare proselitismo.

Per ora direi che può bastare, spero di non aver abusato del vostro tempo. Il gatto intanto ha dormito per un'ora, s'è svegliato e s'è impossessato temporaneamente della mia tastiera. E' decisamente difficile parlare e scrivere di se stessi, ancora di più se una palla di pelo cerca di mettere un freno ai miei migliori propositi.
A presto.