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martedì 31 marzo 2015

Esuli di spirito: Jean Rhys e Antoinette (Parte I)

Avete mai avuto voglia di scoprire quali storie si nascondano dietro le figure marginali di un quadro o di un libro? La curiosità spesso ha la meglio e ci si chiede insistentemente perché il pittore abbia ritratto il volto delizioso ma meditabondo di una giovane donna che non vuole davvero prender parte alle presumibilmente piacevoli conversazioni che la circondano. Non si può fare a meno di chiedersi: che segreto nasconde? A cosa sta pensando? Lasciando andare la fantasia a briglie sciolte si può creare di tutto, idealizzare e mitizzare una figura cucendosela addosso. E chi meglio di uno scrittore è capace di tagliare la realtà, intarsiarla e ricomporsela addosso, secondo le proprie forme?

È con quest'intenzione che la sottovalutatissima Jean Rhys, scrittrice britannica di origini caraibiche che visse i ruggenti anni '20 europei, ha finito per confezionare un vestito particolare a Bertha, la moglie “pazza” e rinchiusa dal tormentato Mr. Rochester, nel romanzo “Il grande mare dei sargassi”. Quest'opera le valse nel 1967 il WH Smith Literary Award, premio letterario inizialmente destinato a tutti gli scrittori della Gran Bretagna, dell'Irlanda e del Commonwealth - includendo così anche i contributi, altrimenti marginali, degli scrittori delle ex-colonie britanniche. Questo dato non è assolutamente indifferente perché sia Jean Rhys che Bertha Mason (il cui vero nome è Antoinette), come forse ricorderete da "Jane Eyre", sono visceralmente legate alle loro origini caraibiche. Bertha Mason si diceva, infatti, fosse una ricca ereditiera giamaicana che Mr. Rochester sposò per interesse economico e su pressione della famiglia che lo voleva redimere dalla sua precedente vita da libertino. 


Entrambe si allontanano dalla loro terra d'origine, per motivi tuttavia differenti (la Rhys per la propria formazione, Antoinette per il matrimonio combinato cui va incontro), e si ritrovano catapultate in una realtà che le tiene ai margini con indifferenza oppure le considera soltanto in funzione dei preconcetti che le riguardano. In ogni caso torna un tema cliché del Novecento: la perdita di radici, o rootlessness. La sensazione di sradicamento è tanto forte nell'intreccio quanto evidente nell'attenzione apprensiva con cui Jean Rhys dà spessore a Bertha, il cui vero nome è modificato dalla volontà del marito. L'autrice ricostruisce la sua storia senza finzioni (anche se nasconde tutto in un gioco di specchi sofisticato), facendo attenzione a non calcare la mano laddove fa più male perché, lo si può immaginare, si tratta anche della sua stessa storia. Cerca di non renderla vittima, perché altrimenti sarebbe come autocommiserarsi; allora non può che renderla un'eroina tragica, schiacciata dal peso di ben due società, quella giamaicana e quella inglese, di cui è entrata a far parte tramite il matrimonio con Mr. Rochester. Analogia non indifferente con l'autrice, di cui abbiamo pochi dati biografici ma essenziali: ambiziosa e intelligente, ha pagato caro il prezzo della propria libertà, finendo nella miseria più nera e nell'indifferenza della società parigina, certamente più moderna di quella ottocentesca ma pur sempre patriarcale, che la fece sentire sempre come un elemento di disturbo nello status quo. 

 L'eroina del romanzo è in sostanza una donna a cui hanno rubato dapprima la terra, la famiglia, il nome ed infine la libertà in un vortice sempre più soffocante di privazione e sacrificio in nome di stabilità economica e di convenzioni che finiranno per rivelarsi nulla, se non parole vuote. Un vuoto che non ha nulla a che vedere con la materia pulsante di cui è composta Antoinette: sensuale e indolente, tratteggiata nella sua concretezza inebriante, persa nei gesti quotidiani che tutti, sia bianchi che neri, fraintendono e piegano ai propri pregiudizi nel tentativo d'incanalarla in una voce che non è la sua. 

Emblematico è quindi che la sua disfatta avvenga quasi del tutto senza la sua voce: i pettegolezzi la anticipano, altri garantiscono o parlano indirettamente per lei. Anche quando lei ha la parola in realtà non ha il potere di cambiare l'opinione degli altri (di Mr. Rochester o di chicchessia) così fermamente convinti di aver scoperto la malizia di una donna alcoolizzata, lussuriosa e bugiarda. Un soggetto degno di essere punito nella società patriarcale della potenza imperialista inglese -tanto più che la nostra cara Antoinette è una creola giamaicana, discriminata tanto dai neri quanto dai bianchi, in quanto “negra bianca”, troppo ricca e ben vestita per essere nera, troppo spontanea e selvatica per essere una lady inglese. 

Verso l'epilogo, quando torniamo a sentirla, la sua voce s'è fatta ormai un sussurro incomprensibile, flebile e sibillino. Un delirio senza fine. È nella fantasmagoria che ci lascia senza fiato, mostrandoci come all'improvviso la sua vita, da sempre così scissa fra identità mai realmente conciliabili (la cultura inglese ed il suo “sentire” creolo, l'amore per la propria terra e la repulsione dei nativi neri, il denaro come mezzo di riscatto e il disgusto per il denaro che le toglie infine la libertà), abbia finalmente trovato una direzione inesorabile e tragica. È dal suo vestito rosso, dapprima amato da Mr. Rochester ed infine tacciato di “immoralità”, che si sprigionano le fiamme della disfatta – o forse della rinascita, come la cultura Voodoo credeva? 

P.S. Mi son lasciata trasportare dalle sensazioni che questa lettura mi ha suscitato. Mi sembrava un peccato buttar via anche questa bozza, stranamente conclusa dopo una decina di giorni di sconforto per la mancanza di mezzi espressivi per esporre quest'opera. Potrete trovare a breve (con: Parte II - Appunti di critica post-colonialista: Jean Rhys) la continuazione della mia riflessione su questo libro, di cui si potrebbe dire così tanto. Sarebbe per me un modo legittimo di consigliarlo in maniera chiara e lineare, soffermandomi anche sullo stile, oltre che sulle sue idee. Operazione estremamente difficile dal momento che la Rhys fa scivolare il lettore in un effluvio di sensazioni e colori che si sprigionano senza possibilità di soluzione.

domenica 27 aprile 2014

Gli ippopotami della Beat Generation




Gli stati febbrili permettono di vedere il mondo con maggiore lucidità. Aforismi spiccioli, vero? Un modo come un altro per iniziare un post. Non ho intenzione di impostare un discorso coerente su un libro che mi è piaciuto molto: questa è una premessa fondamentale. Il libro di cui vorrei parlare è "E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche" di William Burroughs e Jack Kerouac. Due nomi non indifferenti, un titolo tutt'altro che banale. Quest'opera è rimasta nel cassetto per più di cinquant'anni e la sua pubblicazione è stata possibile solo quando tutte le persone coinvolte- William Burroughs, Jack Kerouac, Allen Ginsberg ed infine Lucien Carr- sono passate a miglior vita. Si dovrebbe parlare di persone e non solo di personaggi perché si tratta di una storia vera, di vita vera romanzata, filtrata attraverso gli occhi di un Kerouac ed un Burroughs immaturi, gli studenti che erano prima di essere gli autori che conosciamo oggi.

Anno 1944, la seconda guerra mondiale sta per finire, ma a chi importa della guerra? Siamo dall'altra parte del mondo, alla Columbia University. Siamo fuori dal mondo, ve l'assicuro. O, per meglio dire, il mondo che conosciamo attraverso le pagine del libro è il mondo dell'arte, il germe della Beat Generation. Il problema più grande che arrovellerà i nostri protagonisti è: come spazzare via il marciume della tradizione? Come creare la rivoluzione culturale (The New Vision) a cui Lucien Carr, adolescente terribile che cerca di imitare Rimbaud, ambisce? Bisogna solo andare a Parigi, andare nel Quartiere Latino, fare vita da bohémien, bere l'assenzio dei maudits, leggere poesia ed ancora poesia per sputare sull'educazione perbenista di facciata dei businessmen di questo secolo. Lucien Carr ne è ossessionato e, col suo carisma, riesce ad influenzare anche i suoi compagni, che non esiterei a chiamare marionette: un languido David Kammerer (un nuovo Verlaine? Forse. Di sicuro era follemente innamorato di Lucien, a cui fece da mentore e di cui fu anche il comodo appiglio), un appassionato e sensibile Kerouac, un indolente ed introspettivo Burroughs. L'allegra combriccola passa le giornate a bere, leggere poesia, parlare di poesia, parlare della New Vision, ancora bere, organizzare la traversata per veder finire la guerra e finalmente essere a Parigi, liberi di poter pensare solo all'arte, a solo ciò che è davvero importante. Peccato che, in perfetto stile Rimbaud-Verlaine, fra deliri e litigi, relazioni più o meno torbide, la grande traversata (che io vedo come la nuova Alba di Rimbaud. Sì, insomma: la possibilità di vivere una vita di sola poesia, una vita in cui né il lavoro né i soldi possano ostacolare i sogni ad occhi aperti) non avverrà mai. Burroughs, cinico e disilluso, lo sapeva, l'ha sempre saputo. Ogni volta che trova Lucien con una nuova scusa, con un nuovo contrattempo che gli rimanderebbe la partenza, Burroughs sa che non avverrà mai e dice di avere la nausea. Ha sempre e solo la nausea.

Scena dal film "Kill your darlings"

Ma qui sto divagando. Il libro ha fatto scandalo perché racconta la relazione torbida fra Lucien Carr e David Kammerer che è degenerata nell'omicidio di Kammerer da parte di Carr. Burroughs e Kerouac, amici di entrambi, riuscirono a rielaborare il trauma tramite quest'opera che cerca di ripercorrere le principali tappe della loro relazione. Ciò che emerge in maniera netta, però, è soprattutto la generazione di appassionati, di sbandati che vogliono far la propria rivoluzione, che cercano se stessi attraverso i modelli del passato: i grandi maudits, l'alchimia, il misticismo. Una generazione che vuole lasciare il segno, che si sente travolta dagli eventi, dai grandi eventi che noi conosciamo: la Guerra, e che proprio per questo non vuole essere sopraffatta. Una dichiarazione di guerra contro il proprio tempo, contro il perbenismo borghese che permeava gli Stati Uniti, paese di apatico benessere in cui tutto sembra dovuto e tutto va bene.

Per curiosità: è stato recentemente fatto un film basato su questo romanzo, con Daniel Radcliffe, Dane DeHaan, Ben Foster e Jack Huston, regia di John Krokidas. Per chi leggerà il libro: consiglio vivamente di leggere anche la postfazione che fa il confronto fra la vicenda romanzata e ciò che è successo nella realtà- prendendo in considerazione anche la distorsione della figura di Kammerer ed il mito di Carr. Se volete avere un assaggio, è disponibile qui il primo capitolo.

domenica 4 agosto 2013

Lo strano mondo di... - Parte prima





Questa è una di quelle afose giornate in cui respirare non sembra possibile. Non me la sento nemmeno di giustificare la mia incostanza nei confronti di questo blog perché tanto si sa che non cambierebbe nulla. Nonostante la mia pigrizia però mi sento in grado di impiegare in maniera utile parte del pomeriggio (quando studiare è impossibile si cerca sempre di trovare altro da fare, giusto per dire: "Eh dai, in fondo ho combinato qualcosa oggi pomeriggio, non ho mica dormito!"). Le mie letture procedono a stento, perché fra lavoro e studio e vita sociale non mi rimane molto tempo da impiegare per i miei passatempi. Sì, non sembra decisamente periodo di vacanze, però fingiamo che lo sia.

Ho accanto a me un libricino che ho iniziato a leggere storcendo un po' il nasoperché l'autore mi era quasi del tutto sconosciuto (lo conoscevo di nome così come si conosce di nome Umberto Eco, senza che per questo un lettore medio-basso si inoltri nella lettura di una sua opera) e le recensioni che avevo letto sulle sue opere erano molto contrastanti (il che mi ha fatto pensare: o quelli che hanno scritto recensioni così positive sono degli pseudo-intellettuali snob che lo difendono a spada tratta perché va di moda, oppure quelli che hanno scritto recensioni così distruttive erano pressoché illetterati e non c'hanno capito niente dalla prima riga). 
Stuzzicata la mia curiosità, mi sono messa a spulciare tutte le pubblicazioni dell'autore, ho dato una lettura veloce alle trame e sono incappata nella lettura perfetta: Questa è l'acqua di David Foster Wallace. E' una raccolta postuma (composta da Einaudi per l'anniversario della morte, in giovane età, dell'autore) di sei racconti dai titoli interessanti: Solomon Silverfish, Altra matematica, Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, Crollo del '69, Ordine e fluttuazione a Northampton, Questa è l'acqua (da cui il titolo della raccolta). Racconti che ha pubblicato in riviste letterarie, discorsi ed altri inediti: tutte le peculiarità del suo stile sono raccolte in questa piccola perla.

Prima di leggere ogni libro, di solito, mi preparo all'universo dell'autore leggendo la quarta di copertina ed i saggi di apertura e chiusura del libro. Avrei voluto fotografare la mia espressione del viso mentre leggevo lo stralcio: "L'infinito. Questo l'argomento del libro di D.F.W. sulla matematica, la filosofia e la storia di un concetto vasto, bellissimo, astratto. Nel libro ci sono riferimenti alla dicotomia di Zenone e alla congettura di Goldbach, al principio di massimalità di Hausdorff". Mi dico: "Ma che cosa sono andata a prendere? Cos'è questa roba?". Sì, perché la filosofia sarà pure bella, ma aspettandomi una raccolta soft di racconti (non di certo una lettura da ombrellone, però nemmeno una dissertazione filosofica) mi è venuto un mezzo infarto.
Decido comunque di iniziare, a mio rischio e pericolo, questa lettura così strana e dibattuta. Nel giro di un'oretta finisco le cinquanta pagine del primo racconto e rimango a bocca aperta, attonita. Atmosfera da film poliziesco ma che nulla ha a che vedere col poliziesco (se non per qualche personaggio losco ed alcune situazioni che rientrano perfettamente nei cliché del genere), immagini fosche ed un solo enorme sentimento messo alla prova.
All'inizio il finale mi lascia l'amaro in bocca, perché, come poi scoprirò con le successive letture, con quest'autore non c'è mai un punto fermo. La conclusione per lui corrisponde ad un punto e virgola, il messaggio traspare ma non esaurisce la narrazione, è come se rimanesse qualcosa in sospeso che costringe il lettore a chiedersi, sempre nel primo racconto: "Ma quindi chi era quello che...?" (anche se la risposta è irrilevante, dato che la risoluzione dell'enigma è secondaria rispetto all'essenza del racconto).
 David Foster Wallace costringe il lettore a cogliere la verità che sta sul fondo, lasciando i dettagli secondari a se stessi (nella vita in fondo cos'è importante: capire la profondità di un sentimento o svelare un apparente mistero?). Poi mi dico: magari sono io che non ho capito il finale, non sarebbe la prima volta dato che mi distraggo sempre facilmente. Rileggo qualche stralcio, cercando una risposta e la risposta non c'è perché non ci deve essere.
Questa sensazione di sospensione è presente in tutti i suoi racconti ma non è un difetto, come invece avevo pensato all'inizio della raccolta (soffermandomi sui dettagli insignificanti che non avrebbero di certo cambiato la vita ai personaggi, né a me), quanto piuttosto un limite che costringe ad andare al di là della lettura. Costringe a vedere solo l'essenziale, a seguire la parabola dell'autore, chiara e netta.

Secondo fatto rilevante che è una garanzia, non un disclaimer (come nel caso precedente): i personaggi. Tutti bizzarri, particolari, unici nel loro genere. L'autore liquida spesso le descrizioni "essenziali" in poche pagine ma lo fa in una maniera talmente precisa ed incisiva che rimangono stampati in testa e non c'è modo per cancellarli.
Mi viene in mente la hippy sfiorita di Northampton accompagnata dal suo pretendente strabico e dall'amante finto intellettuale, o ancora il nipotino in cerca di se stesso in Altra matematica, o Solomon Silverfish e la sua livida compagna calva, Sophie Schoenweiss. Ogni personaggio è un pezzo dell'autore, come senz'altro accade per tutti i buoni autori, ma qui è evidente perché tutte le sue creature sono fragili, vulnerabili e dingliane (dal nome di Barry Dingle, personaggio di D.F.W.; "tendenza alla passività e alla muta paura acquisita a caro prezzo") quanto l'autore.
Si potrebbe dire che sono problematici, ma è un po' generico e forse anche inesatto. Essere problematico presuppone un problema ed una soluzione, ma venendo a mancare un problema ben definito (e di conseguenza la soluzione), il significato crolla. Sono personaggi umani e tormentati, con problemi ordinari e caratteri straordinari.
 La profondità con cui l'autore sonda le loro interiorità è sconvolgente. David Foster Wallace tratta questioni generalissime che toccano ognuno di noi: la malattia, la morte, l'amore, la ricerca di se stessi e della propria identità, la perdita dei valori (che assume una dimensione globale in Crollo del '69 con un ragazzo in grado di prevedere l'esatto contrario di ciò che avverrà). Infine la depressione, così amaramente dissezionata nel racconto che prediligo: Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta.
Fu proprio "La Cosa Brutta" a portare l'autore ad impiccarsi il 12 ottobre 2008. E' stato, purtroppo, questo suo forte sentire a dare linfa vitale alla sua produzione. Ma su quest'ultimo racconto vorrei spendere più parole la prossima volta, per ora mi limito a lasciare una citazione fra le tantissime che hanno lasciato il segno:

"Solomon ha giocato con la malattia della moglie in quel modo frenetico che ha di giocare con tutte le cose che lo toccano nel profondo. La prendeva in giro e la torturava. Accusava una Sophie radiografica di obesità dirompente. Le tirava l'orecchio reggendole la testa sopra il water. Si lamentava a gran voce dell'umidore salato che sentiva in bocca quando di notte le baciava le lacrime silenziose di un dolore silenzioso. Pasticciava con le sue parrucche. (...) Certe volte usava il vuoto lasciato da un seno per poggiare il mezzo melone della colazione a letto, il mattino. Sophie sa che a un estraneo può sembrare poco gentile. Essendo sua moglie da anni sa anche che Solomon riserva la gentilezza a chi secondo lui ne ha bisogno perché è messo male. Diventa gentile con qualcuno quando gli dispiace per lui. E a Sophie Solomon non farebbe mai il torto di dispiacersi per lei. (...) Ecco perché, pensò Sophie, il suo Solomon era una persona magica ora più che mai, e perché nel suo animo c'era tanto di quell'amore per lui da salvarla anche ora che era mortalmente malata. E' una cosa difficile da afferrare, il percome delle cose. Durante tutto questo brutto periodo Solomon ha fatto sentire e capire a Sophie che lei è la malata, non la malattia"

mercoledì 10 luglio 2013

Filosofia giapponese

La traslitterazione del titolo è Tugumi, reso in italiano con Tsugumi

Salve!
A distanza di anni luce dal mio ultimo post mi accingo a riprendere in mano la penna. L'enorme ritardo è dovuto alle adorabili sessioni d'esame che paralizzano la vita degli studenti con stress ed ansie inutili. In ogni caso, ora è il momento di riposare ed iniziare a cancellare i numerosi titoli che costellano la mia lista di libri da leggere (una lista infinita che vale già come romanzo breve).

Oltre ad essere stata una discreta monaca amanuense che, con invidiabile rigore, ha copiato titolo dopo titolo i libri che mi avrebbero tenuta occupata per anni, ho scoperto anche di essere una lettrice molto abitudinaria. Una pigrizia imperdonabile che limita la curiosità ai miei autori preferiti, quelli con cui sono riuscita a legare di più, precludendomi il rischio di trovare un libro che mi lasci indifferente o insoddisfatta. Fra gli autori preferiti e d'abitudine non potrei non citare Banana Yoshimoto. Ogni estate, con puntualità svizzera, leggo (e spesso rileggo) uno dei suoi libri. Quest'anno è toccato a Tsugumi, pubblicato nel 1989.

Premessa per i lettori curiosi: se volete colpi di scena e siete appassionati dell'avventura (e quindi anche abituati ad una certa complessità nelle trame) ignorate la Yoshimoto. La trama di ogni suo libro può essere riassunta in circa 3 righe, e non esagero. In Tsugumi, per esempio, la trama è talmente esile che, se anche saltaste due o tre capitoli centrali, potreste comunque dare un inizio ed una fine al libro. Ciò che compone le sue creazioni non è tanto il contenuto, quanto piuttosto la forma, lo stile e l'atmosfera che riesce a creare. Di cosa riempie le pagine allora? Essenzialmente di personaggi e situazioni che si fondono con le brillanti descrizioni del Giappone. Non mi riesco a spiegare con esattezza cosa renda i suoi libri così coerenti, ma posso dire con certezza che ci sia un tocco particolare nel suo modo di scrivere. Le immagini rimangono così vivide da mescolarsi coi propri ricordi personali, in una straordinaria atmosfera da sogno. Tutta la realtà che vede la Yoshimoto viene in qualche modo smussata: le emozioni forti che dovrebbero aggredire il lettore in realtà vengono percepite con sereno distacco, tipico di chi ha dietro di sé grandi certezze a cui far riferimento. Le separazioni (il tema della nostalgia è centrale in Tsugumi), addirittura la morte, vengono affrontate con filosofia. Tsugumi (alter ego della Yoshimoto), Maria Shirakawa e Kyoichi hanno consapevolezza dei cambiamenti che toccano la vita di ogni persona, ne capiscono la necessità ed interiorizzano tutte le esperienze. 

Non ci potrebbe essere filosofia più lontana da quella occidentale, o forse più lontana dalla mia. Durante la lettura mi sono spesso sentita infastidita dagli atteggiamenti di alcuni personaggi che mi sembravano troppo piatti ed accondiscendenti, come se tutto ciò che gli succedeva non facesse altro che scalfire la superficie di ciò che erano, senza andare più a fondo. Quando però l'immedesimazione è stata completa, era impossibile ignorare le loro ragioni ed adattarsi di conseguenza.
L'ideale di ogni personaggio della Yoshimoto è l'equilibrio, un nucleo fondante su cui fare affidamento. Questo può essere la famiglia (per il padre di Maria Shirakawa, per esempio), l'amore (per Tsugumi e Kyoichi) o la propria terra (la penisola di Izu per Maria e la madre). Ciò che muove la trama del libro è l'arrivo dei cambiamenti o, per meglio dire, degli sconvolgimenti. Cosa bisogna fare davanti alla minaccia di questo equilibrio? 
Ogni persona che conosco direbbe di reagire, i personaggi della Yoshimoto direbbero piuttosto di accettare con un compromesso: accettare l'evoluzione a condizione che si resti fedele al proprio passato. Ora che ho finito di scrivere questa frase mi rendo conto del paradosso che l'autrice ha sempre evitato accuratamente di mostrare. Per riuscire a capire a fondo la visione del mondo e della vita dei suoi personaggi è necessario avere dei punti di riferimento: fatalismo, accettazione/rassegnazione e pace interiore. La faccio più complicata di ciò che in realtà viene detto dalla Yoshimoto che invece è talmente spontanea e fluida da risultare quasi banale (ho detto quasi!).

Tutti i personaggi, già dall'inizio del libro, sono consapevoli di dover perdere qualcosa, non per scelta ma per necessità. Questa situazione li rende in partenza attori "passivi" della propria vita che sembra essere dominata da una forza superiore, alla quale non possono che ubbidire. Il loro margine di libertà riguarda semplicemente l'atteggiamento che devono tenere, non tanto le azioni che devono compiere di fronte al cambiamento. La forza di volontà è fondamentale ma non abbastanza per riuscire a capovolgere la situazione: Tsugumi, per esempio, è limitata dal proprio corpo debole e febbricitante, ma non pretende di cambiare la propria condizione (che è per l'appunto irreversibile). Potrebbe darsi per vinta e lasciarsi morire, ma in realtà lotta, pur sempre consapevole dei propri limiti. Nel momento in cui cerca di superarsi (ossia di reagire) rischia di rompere l'equilibrio già precario a cui si era sottomessa, causando più danni che benefici. 
L'unico modo per superare indenni le prove della vita quindi non è eludere il cambiamento irreversibile ma aggrapparsi a qualcosa di stabile, che rimanga immutato nel tempo. L'ancora di salvezza è costituita dai ricordi più forti ed intensi, dalle emozioni riscoperte con nostalgia. L'estate che descrive la Yoshimoto è l'ultima estate che avranno modo di vivere insieme, dovrebbe essere triste e lontana, non credete? Dovrebbe essere ma non lo è. Quell'ultima estate si offre piuttosto come il baluardo a cui tutti dovranno far riferimento nel momento in cui saranno distanti. La vivono tutti pienamente, senza lasciarsi sfuggire nemmeno un attimo, consapevoli dell'importanza che avrà nel loro futuro e del suo significato più profondo. Ecco la loro pace interiore.

"Se penso ai momenti tristi che ho passato lontano da voi, riesco a capire quanto importante sia avere qualcuno che ti stia vicino. Forse un giorno cambierò idea, e magari comincerò a trattarvi con durezza, ma anche quello farebbe parte della vita. Forse potrebbe anche sparire l'intesa che si è creata fra di noi. Ed è proprio per riuscire ad affrontare momenti come quelli che dobbiamo fare in modo di crearci il maggior numero possibile di bei ricordi".

sabato 4 maggio 2013

Chi semina vento raccoglie tempesta

Non vorrei disturbare ma mi tocca. Mi cimento nell'arte della critica (moderatissima e ridicolmente dilettantesca) pur consapevole del fatto che non ne sarò mai capace. Perché? Semplicemente perché elogio ciò che ho apprezzato e non scrivo molto volentieri di ciò che mi ha lasciato indifferente. Che razza di critica sarei? Non lo sarei di certo. Ma proviamoci. Premetto di essermi avvicinata a questo film con l'ingiusto pregiudizio del valore del cinema indipendente. E da buon film indipendente presenta una tematica sempre difficile o, per meglio dire, controversa.


Di cosa si tratta? E ora parliamo di Kevin tratta di amore ed odio, maternità e sacrificio, psicologia e violenza. Sembra semplice ma in realtà non lo è, perché è impossibile riuscire a scorgere bene i limiti di ogni componente. Il film si propone come autoanalisi da parte di una madre che ha subìto ed indirettamente causato una tragedia immane, compiuta dal figlio sedicenne. Si guarda allo specchio e si chiede: In cosa ho sbagliato?. Lo stesso fa il carnefice nel momento in cui gli viene chiesto il motivo della violenza: Cos'è andato storto? Perché ciò che ho fatto sembra non aver più ragion d'essere? ("Credevo di saperlo, ora non ne sono più sicuro"). Ma la riflessione del ragazzo è breve, troppo breve ed allora tutto ciò che rimane è un senso di profonda angoscia nel pubblico inorridito.

Incapacità di credere che da piccole vicende famigliari, da egoistici risentimenti possa nascere un odio così profondo e totalizzante.Angoscia ben radicata, dall'inizio alla fine del film che si propone come una ricostruzione fitta di ricordi, simboli e colori. Il rosso domina. La sensazione che si prova è di sgomento: l'odio lascia tracce dietro di sé ma nessuna ragione valida. Il confronto riguarda in maniera sostanziale solo due personaggi, la madre ed il figlio, tutti gli altri sono solo comparse e figure secondarie nel teatro delle loro azioni. Molte recensioni propendono per il punto di vista della madre che, di certo, viene continuamente messa a durissima prova da parte del figlio, dal suo atteggiamento restio ad ogni tipo di comunicazione. Il fulcro però è l'odio, la mancanza, ciò che non viene fatto, ciò che non viene detto. A partire quasi da metà del film ci si rende conto che non ci sia piena colpevolezza da nessuna delle due parti, è come se entrambi fossero dominati da una sostanza impalpabile, più triste ed inesorabile, che li porta ad agire e non agire. Lo spettatore non riesce a prendere una posizione razionale e ben argomentata, perché il male nasce proprio dallo scontro di forze opposte che non si riescono a legare, il male è causa e conseguenza al contempo.

Forse anche per questo le scene risultano essere circolari: il regista le giostra in modo tale da farle tornare sempre su se stesse, riprendendo un passaggio e completandolo in maniera sempre meno superficiale. La sensazione di scavo accresce la tensione emotiva, la volontà di capire, di scoprire cos'è successo ma soprattutto perché. Il cosa ed il come ci vengono rivelati ma un vero, onesto "perché" non viene espresso perché l'astio non ha motivi lucidi ed inconfutabili.

L'odio si trascina dietro l'astio ed il rancore, passato attraverso il cordone ombelicale, nutrito con l'orgoglio di due persone sole, tremendamente sole nel proprio conflitto. Un dover amare, a tratti forse un sincero "voler" amare, che non riuscirà mai a colmare il vuoto dell'amore sincero e soprattutto spontaneo. La madre che vorrebbe amare e lasciarsi amare dal figlio, il figlio che vorrebbe essere ricompensato di tutto ciò che gli è mancato e che vorrebbe poi ridare in maniera disinteressata, forse. Ma non rimane nulla di tutto ciò, solo indifferenza ed astio manifesto. Nessuno dei due si concede, nessuno è abbastanza debole da permettersi di perdere di fronte all'altro.

Questo filo rosso (colore dominante attraverso diversi elementi) ed estremamente complesso non è mai espresso, ma visivamente rappresentato. Le scene rimangono impresse, sicuramente in maniera più efficace delle parole che tendono a banalizzare. Viene tratteggiata, con tinte più o meno fosche, la cecità dell'odio che finisce per dimenticare le proprie ragioni, ma che spiattella le proprie origini, quotidiane ed apparentemente insignificanti.

Non vi resta che prendere un respiro profondo: immergete la testa e guardate nel passato insieme alla madre, percepite la sua ostinazione nel continuare la propria vita in maniera indipendente, provate il suo senso di colpa nel momento in cui scopre che il figlio sa ben leggere dietro la sua indifferenza, e che per questo si ribella in maniera istintiva (anche se a tratti l'atteggiamento del ragazzino è fin troppo enfatizzato, tanto da far perdere credibilità al personaggio) ed inizia ad odiare. Una vendetta che la lascerà priva di forze e di speranze. Le radici del male, certo, ma anche l'impossibilità di mostrarlo a tuttotondo. Un vero e proprio pugno nello stomaco, fra suspense ed incredulità. Non è di certo un film leggero né d'evasione ma merita assolutamente uno sguardo attento ed indagatore; inoltre i continui richiami (attraverso simboli e colori) fra una scena e l'altra aiutano a mantenere viva l'attenzione del pubblico, che presumibilmente andrebbe scemando se l'intento autoanalitico del film fosse stato reso con una struttura lineare (decisamente noiosa). E' un film davvero significativo.

sabato 27 aprile 2013

Niente proteste femministe, prego



Risalgo dagli inferi, voilà! (è tremendamente imbarazzante non sapere come iniziare un post, mi sento un po' sciocca a salutare normalmente). Stavolta però ricompaio con seri e precisi intenti di propaganda. Dovete sapere che è da molto tempo che avrei voluto proporre questa lettura, piacevole ma con riserbo, e non si sa bene come mi sia ritrovata a farlo di venerdì sera, stanca morta, alle 23. Roba da pazzi, direi, ma concedetemelo.

Qualche breve (sì, dico sempre così ma poi non lo è mai) riflessione su "Una stanza tutta per sé" (A room of one's own) ed i motivi per cui dovrebbe essere letto. Si tratta di un saggio, composto di 6 capitoli, che riassume due conferenze tenute a Cambridge da Virginia Woolf. Le venne chiesto di scrivere delle "Donne e il romanzo" (ci potrebbe essere richiesta più generica?). Premessa fondamentale per un qualsiasi lettore che non conosca l'autrice in questione è che la Woolf fu una donna brillante e stravagante (come tutti gli artisti che si rispettino), che si batté fra le altre cose per l'emancipazione femminile. Se vi aspettate però un saggio militante che esorti alla rivoluzione sessuale, nella sua maniera più estrema, allora siete completamente fuori strada. L'autrice è pacata, tremendamente pacata (contro ogni sua aspettativa!), nell'esplorazione delle condizioni della donna, attraverso i secoli letterari. La donna su cui punta l'attenzione però non è solo la donna "qualunque", bensì la donna intellettuale-artista. Una specie protetta, in parte più sensibile alle degradazioni ed alle umiliazioni che sono state inferte al suo genere.

Non so quale potrebbe essere la vostra reazione durante la lettura, ma la mia è stata di sconcerto totale perché mi aspettavo denuncia, toni polemici e presumibilmente molti dati storici. Tutt'altro. E devo dire che è stato decisamente meglio così. La Woolf si siede ad una scrivania e ci racconta le sue giornate mentre si documenta per queste due conferenze, ci riporta amichevolmente le sue sensazioni e le contraddizioni in cui è incappata. Dapprima i pensieri sono essenziali, scorrono piacevolmente attraverso i paesaggi e le righe, poi si fanno sempre più concatenati, pur mantenendo la propria individuale chiarezza. Non credo di aver mai detto così tante volte, durante una qualsiasi lettura: "E' vero, ha ragione, è così ovvio". L'autrice infatti ti rivela ciò che è apparentemente ovvio, ciò che dai per scontato, per mostrarti i risvolti più significativi della sua riflessione. E' un colloquio di ampio respiro, sincero ed aperto.
La Woolf non vuole dar contro a nessuno dei due sessi, mostra le debolezze di entrambi e cerca di metterli in comunicazione. Alla fine del saggio non si può che essere grati, tremendamente grati, per il fatto che abbia cercato di mascherare la sua posizione (ovviamente a favore delle donne, per poterne migliorare le condizioni); è proprio grazie a questa sua moderazione (apparente, di certo, perché io me la immagino rossa di rabbia mentre ci riporta alcune citazioni) che riusciamo a cogliere la gravità delle pressioni sociali sulla donna. Se avesse urlato, se avesse sputato veleno sul sesso maschile, avremmo perso la possibilità di riflettere da soli per arrivare, col suo stesso fervore, alle medesime conclusioni.

Il saggio non manca neppure del suo coinvolgente stile impressionistico (che i lettori più appassionati adorano), presente soprattutto nei primi due capitoli: scivoliamo attraverso le immagini, quasi sospesi fra realtà e sogno, percorriamo gli stessi sentieri, mangiamo al suo stesso tavolo ed alla fine rimaniamo sbalorditi perché non ci rendiamo conto, così come d'altronde nemmeno lei, di come siamo finiti lì, in quel secolo, in quel collegio (meno male che esistono ancora immaginazioni così fervide da togliere il fiato!).
A seguire invece un'avventura in biblioteca, attraverso i secoli ed i libroni polverosi che ci sistema sul banco, da cui traiamo informazioni riguardo le condizioni materiali della donna lungo i secoli, fra miseria ed oppressione, volontà di riscatto ed emarginazione. Ci viene poi presentata la "misteriosa" sorella di Shakespeare e facciamo la conoscenza di altre nobildonne, più o meno talentuose, più o meno conosciute. Ci mostra la rabbia degli uomini, la tensione fra i sessi, le pressioni psicologiche che soffocano la donna-artista, ancora più che la donna di tutti i giorni, perché sente addosso a sé non solo l'autorità del marito, ma soprattutto quella della società, degli intellettuali e del glorioso passato di cui sono portatori. Ci rivela infine lo stupore degli uomini che vedono, per la prima volta, le donne scrivere di poesia e filosofia, con un misto di tenerezza (degna di biasimo) e stupore: "Una donna che predica è come un cane che cammina sulle zampe posteriori; non lo fa bene, ma ti sorprende che riesca a farlo" (Samuel Johnson).

Vorrei dire ancora altro, potrei andare avanti all'infinito, ma mi sembra ingiusto togliere il piacere della lettura che si scopre ripercorrendo le fila che la Woolf ha tessuto con pazienza materna. È un saggio che vale davvero la pena di leggere perché fa riflettere, lascia immagini provocatorie e significative che aiutano a cogliere più lucidamente i rapporti scottanti fra due sessi ormai in perenne competizione, sia nella società che (ma forse dovremmo dire, soprattutto) nell'arte. A distanza di circa ottant'anni, risulta un'opera attualissima e tremendamente lungimirante. Alla fine si fa un respiro profondo e ci si chiede: "Cos'è cambiato? Ci siamo riuscite? Ci riusciremo mai?".