martedì 7 maggio 2013

Il predominio dell'io

Ora tarda, come mio solito, ma momento necessario per la riflessione. Stavolta, a differenza di ciò che mi accade abitualmente, credo di avere qualcosa da dire o forse qualcosa da domandare. Una serie di questioni irrisolte ha invaso la mia testa nel momento in cui ho letto alcuni testi scritti da un'esordiente. Erano parole di grande impatto, metafore complesse ed indomabili, personalissime. Si riusciva a scorgere fra quelle righe l'urlo di un io gigantesco e tremendamente inquieto. La reazione da parte del "pubblico" virtuale è stata molto dura e negativa, forse a ragione o a torto, questo non si può spiegare bene.

Ed effettivamente sta proprio qui il problema. Nei testi di quella ragazza era (ed è tuttora) presente un'interiorità di considerevole portata. Come si può quindi giudicare un testo se quest'ultimo è il ritratto stesso di una persona? Come valutare il paesaggio interiore di quell'autrice che non ne ha limato i contorni né le parole? Come si può valutare oggettivamente la profondità che l'autore dà a quelle parole? Sarebbe impossibile separare il sangue dall'inchiostro.



Non so perché questo fatto irrilevante mi abbia turbata, ma ciò che è certo è che ho passato buona parte della giornata, fra un'occupazione e l'altra, a riflettere sul valore che l'impronta dell'autore ha sul suo lavoro. E' risaputo che tutte le opere d'arte abbiano uno spunto autobiografico (seppur minimo) ma non è questo che intendo con "impronta". Con impronta preferirei piuttosto indicare l'apporto emotivo -di profondità e di vissuto personale, non immaginato ed inconsistente come può essere un'ideale- e soprattutto verbale/stilistico che l'autore dà al suo lavoro.

Cercherò di spiegarmi meglio: un autore che scrive di un trauma e che l'ha vissuto avrà più profondità di un altro scrittore che invece è limitato ad immaginare la reazione di uno dei suoi personaggi, in relazione a quel trauma. Tuttavia il primo autore avrà meno lucidità (perché fin troppo coinvolto nelle scene) nello sviscerare il proprio vissuto, mentre il secondo sarà più lineare e coerente, di conseguenza più accessibile al pubblico: tutti i lettori si troverebbero infatti allo stesso livello dell'autore che "immagina" il trauma, ad un gradino più in basso rispetto all'autore che si racconta e che ha davvero vissuto il trauma.
L'io dell'artista quindi piuttosto che proporsi come punto di partenza sarebbe fine a se stesso, si contorcerebbe nel tentativo di rigenerarsi e capirsi attraverso la scrittura. Alla maggior parte dei lettori risulterebbe essere uno scrittore mediocre, perché non sa trasmettere nulla in maniera universale, e si presenta come uno scrigno chiuso col lucchetto, impossibile da capire. Mi trovo però completamente in disaccordo con questa "maggior parte" perché credo che la scrittura, intesa in questo senso come catarsi, sia una delle forme d'arti più nobili. Ma il pubblico? Ma i lettori? Ma il valore universale delle parole?

Non capisco. Il contrasto pubblico-autore non può non essere presente perché le opere devono essere fruibili in qualche modo, l'universalità è sacrosanto diritto e dovere della letteratura. Ma chi pensa all'io dell'autore? Ad un io che non riesce a spiegarsi in parole semplici e lineari, come la maggior parte dei buoni autori, perché troppo complesso - non certamente un "io" colto e di facile comprensione. L'esordiente in questione dovrebbe cambiare il proprio modo di scrivere, dovrebbe censurare le proprie metafore disordinate per risultare accessibile? Dovrebbe scrivere usando le virgole ed i punti, rinunciando al flusso di coscienza che invece è un facile trucco da bambini? Potrei andare avanti all'infinito facendo domande retoriche e congetture, ma il succo è sempre lo stesso. Da una sciocchezza simile sono arrivata a dubitare dell'essenza stessa delle parole, dell'impatto e del significato che hanno per l'artefice e per i suoi lettori.

Ci deve necessariamente essere un limite nella comunicazione che permetta la trasmissione del messaggio. L'autore scrive partendo da sé, di certo, ma dovrà allargare la visuale per includere le emozioni ed i pensieri di molti altri, altrimenti sarebbe incompreso e "mediocre". Lo sviluppo dell'idea personale dell'autore ad un certo punto dovrà essere frenato, o quanto meno tenuto sotto rigido controllo, affinché non abbia il predominio su tutta la pagina. Il lettore ne rimarrebbe escluso, guarderebbe le parole, stampate nero su bianco, come una persona che si trova ad avere a che fare con tavole antiche scritte in sanscrito. Si sentirebbe tagliato fuori dal mondo interiore dell'autore, forse ne rimarrebbe deluso o persino arrabbiato. Ma qual'è questo limite e quanto è necessario? Che valore dovrebbero avere le parole? Per il pubblico o per l'autore? L'autore dovrebbe frenare la propria urgenza interiore? A scapito di se stesso o del pubblico, in sostanza.

sabato 4 maggio 2013

Chi semina vento raccoglie tempesta

Non vorrei disturbare ma mi tocca. Mi cimento nell'arte della critica (moderatissima e ridicolmente dilettantesca) pur consapevole del fatto che non ne sarò mai capace. Perché? Semplicemente perché elogio ciò che ho apprezzato e non scrivo molto volentieri di ciò che mi ha lasciato indifferente. Che razza di critica sarei? Non lo sarei di certo. Ma proviamoci. Premetto di essermi avvicinata a questo film con l'ingiusto pregiudizio del valore del cinema indipendente. E da buon film indipendente presenta una tematica sempre difficile o, per meglio dire, controversa.


Di cosa si tratta? E ora parliamo di Kevin tratta di amore ed odio, maternità e sacrificio, psicologia e violenza. Sembra semplice ma in realtà non lo è, perché è impossibile riuscire a scorgere bene i limiti di ogni componente. Il film si propone come autoanalisi da parte di una madre che ha subìto ed indirettamente causato una tragedia immane, compiuta dal figlio sedicenne. Si guarda allo specchio e si chiede: In cosa ho sbagliato?. Lo stesso fa il carnefice nel momento in cui gli viene chiesto il motivo della violenza: Cos'è andato storto? Perché ciò che ho fatto sembra non aver più ragion d'essere? ("Credevo di saperlo, ora non ne sono più sicuro"). Ma la riflessione del ragazzo è breve, troppo breve ed allora tutto ciò che rimane è un senso di profonda angoscia nel pubblico inorridito.

Incapacità di credere che da piccole vicende famigliari, da egoistici risentimenti possa nascere un odio così profondo e totalizzante.Angoscia ben radicata, dall'inizio alla fine del film che si propone come una ricostruzione fitta di ricordi, simboli e colori. Il rosso domina. La sensazione che si prova è di sgomento: l'odio lascia tracce dietro di sé ma nessuna ragione valida. Il confronto riguarda in maniera sostanziale solo due personaggi, la madre ed il figlio, tutti gli altri sono solo comparse e figure secondarie nel teatro delle loro azioni. Molte recensioni propendono per il punto di vista della madre che, di certo, viene continuamente messa a durissima prova da parte del figlio, dal suo atteggiamento restio ad ogni tipo di comunicazione. Il fulcro però è l'odio, la mancanza, ciò che non viene fatto, ciò che non viene detto. A partire quasi da metà del film ci si rende conto che non ci sia piena colpevolezza da nessuna delle due parti, è come se entrambi fossero dominati da una sostanza impalpabile, più triste ed inesorabile, che li porta ad agire e non agire. Lo spettatore non riesce a prendere una posizione razionale e ben argomentata, perché il male nasce proprio dallo scontro di forze opposte che non si riescono a legare, il male è causa e conseguenza al contempo.

Forse anche per questo le scene risultano essere circolari: il regista le giostra in modo tale da farle tornare sempre su se stesse, riprendendo un passaggio e completandolo in maniera sempre meno superficiale. La sensazione di scavo accresce la tensione emotiva, la volontà di capire, di scoprire cos'è successo ma soprattutto perché. Il cosa ed il come ci vengono rivelati ma un vero, onesto "perché" non viene espresso perché l'astio non ha motivi lucidi ed inconfutabili.

L'odio si trascina dietro l'astio ed il rancore, passato attraverso il cordone ombelicale, nutrito con l'orgoglio di due persone sole, tremendamente sole nel proprio conflitto. Un dover amare, a tratti forse un sincero "voler" amare, che non riuscirà mai a colmare il vuoto dell'amore sincero e soprattutto spontaneo. La madre che vorrebbe amare e lasciarsi amare dal figlio, il figlio che vorrebbe essere ricompensato di tutto ciò che gli è mancato e che vorrebbe poi ridare in maniera disinteressata, forse. Ma non rimane nulla di tutto ciò, solo indifferenza ed astio manifesto. Nessuno dei due si concede, nessuno è abbastanza debole da permettersi di perdere di fronte all'altro.

Questo filo rosso (colore dominante attraverso diversi elementi) ed estremamente complesso non è mai espresso, ma visivamente rappresentato. Le scene rimangono impresse, sicuramente in maniera più efficace delle parole che tendono a banalizzare. Viene tratteggiata, con tinte più o meno fosche, la cecità dell'odio che finisce per dimenticare le proprie ragioni, ma che spiattella le proprie origini, quotidiane ed apparentemente insignificanti.

Non vi resta che prendere un respiro profondo: immergete la testa e guardate nel passato insieme alla madre, percepite la sua ostinazione nel continuare la propria vita in maniera indipendente, provate il suo senso di colpa nel momento in cui scopre che il figlio sa ben leggere dietro la sua indifferenza, e che per questo si ribella in maniera istintiva (anche se a tratti l'atteggiamento del ragazzino è fin troppo enfatizzato, tanto da far perdere credibilità al personaggio) ed inizia ad odiare. Una vendetta che la lascerà priva di forze e di speranze. Le radici del male, certo, ma anche l'impossibilità di mostrarlo a tuttotondo. Un vero e proprio pugno nello stomaco, fra suspense ed incredulità. Non è di certo un film leggero né d'evasione ma merita assolutamente uno sguardo attento ed indagatore; inoltre i continui richiami (attraverso simboli e colori) fra una scena e l'altra aiutano a mantenere viva l'attenzione del pubblico, che presumibilmente andrebbe scemando se l'intento autoanalitico del film fosse stato reso con una struttura lineare (decisamente noiosa). E' un film davvero significativo.

sabato 27 aprile 2013

Niente proteste femministe, prego



Risalgo dagli inferi, voilà! (è tremendamente imbarazzante non sapere come iniziare un post, mi sento un po' sciocca a salutare normalmente). Stavolta però ricompaio con seri e precisi intenti di propaganda. Dovete sapere che è da molto tempo che avrei voluto proporre questa lettura, piacevole ma con riserbo, e non si sa bene come mi sia ritrovata a farlo di venerdì sera, stanca morta, alle 23. Roba da pazzi, direi, ma concedetemelo.

Qualche breve (sì, dico sempre così ma poi non lo è mai) riflessione su "Una stanza tutta per sé" (A room of one's own) ed i motivi per cui dovrebbe essere letto. Si tratta di un saggio, composto di 6 capitoli, che riassume due conferenze tenute a Cambridge da Virginia Woolf. Le venne chiesto di scrivere delle "Donne e il romanzo" (ci potrebbe essere richiesta più generica?). Premessa fondamentale per un qualsiasi lettore che non conosca l'autrice in questione è che la Woolf fu una donna brillante e stravagante (come tutti gli artisti che si rispettino), che si batté fra le altre cose per l'emancipazione femminile. Se vi aspettate però un saggio militante che esorti alla rivoluzione sessuale, nella sua maniera più estrema, allora siete completamente fuori strada. L'autrice è pacata, tremendamente pacata (contro ogni sua aspettativa!), nell'esplorazione delle condizioni della donna, attraverso i secoli letterari. La donna su cui punta l'attenzione però non è solo la donna "qualunque", bensì la donna intellettuale-artista. Una specie protetta, in parte più sensibile alle degradazioni ed alle umiliazioni che sono state inferte al suo genere.

Non so quale potrebbe essere la vostra reazione durante la lettura, ma la mia è stata di sconcerto totale perché mi aspettavo denuncia, toni polemici e presumibilmente molti dati storici. Tutt'altro. E devo dire che è stato decisamente meglio così. La Woolf si siede ad una scrivania e ci racconta le sue giornate mentre si documenta per queste due conferenze, ci riporta amichevolmente le sue sensazioni e le contraddizioni in cui è incappata. Dapprima i pensieri sono essenziali, scorrono piacevolmente attraverso i paesaggi e le righe, poi si fanno sempre più concatenati, pur mantenendo la propria individuale chiarezza. Non credo di aver mai detto così tante volte, durante una qualsiasi lettura: "E' vero, ha ragione, è così ovvio". L'autrice infatti ti rivela ciò che è apparentemente ovvio, ciò che dai per scontato, per mostrarti i risvolti più significativi della sua riflessione. E' un colloquio di ampio respiro, sincero ed aperto.
La Woolf non vuole dar contro a nessuno dei due sessi, mostra le debolezze di entrambi e cerca di metterli in comunicazione. Alla fine del saggio non si può che essere grati, tremendamente grati, per il fatto che abbia cercato di mascherare la sua posizione (ovviamente a favore delle donne, per poterne migliorare le condizioni); è proprio grazie a questa sua moderazione (apparente, di certo, perché io me la immagino rossa di rabbia mentre ci riporta alcune citazioni) che riusciamo a cogliere la gravità delle pressioni sociali sulla donna. Se avesse urlato, se avesse sputato veleno sul sesso maschile, avremmo perso la possibilità di riflettere da soli per arrivare, col suo stesso fervore, alle medesime conclusioni.

Il saggio non manca neppure del suo coinvolgente stile impressionistico (che i lettori più appassionati adorano), presente soprattutto nei primi due capitoli: scivoliamo attraverso le immagini, quasi sospesi fra realtà e sogno, percorriamo gli stessi sentieri, mangiamo al suo stesso tavolo ed alla fine rimaniamo sbalorditi perché non ci rendiamo conto, così come d'altronde nemmeno lei, di come siamo finiti lì, in quel secolo, in quel collegio (meno male che esistono ancora immaginazioni così fervide da togliere il fiato!).
A seguire invece un'avventura in biblioteca, attraverso i secoli ed i libroni polverosi che ci sistema sul banco, da cui traiamo informazioni riguardo le condizioni materiali della donna lungo i secoli, fra miseria ed oppressione, volontà di riscatto ed emarginazione. Ci viene poi presentata la "misteriosa" sorella di Shakespeare e facciamo la conoscenza di altre nobildonne, più o meno talentuose, più o meno conosciute. Ci mostra la rabbia degli uomini, la tensione fra i sessi, le pressioni psicologiche che soffocano la donna-artista, ancora più che la donna di tutti i giorni, perché sente addosso a sé non solo l'autorità del marito, ma soprattutto quella della società, degli intellettuali e del glorioso passato di cui sono portatori. Ci rivela infine lo stupore degli uomini che vedono, per la prima volta, le donne scrivere di poesia e filosofia, con un misto di tenerezza (degna di biasimo) e stupore: "Una donna che predica è come un cane che cammina sulle zampe posteriori; non lo fa bene, ma ti sorprende che riesca a farlo" (Samuel Johnson).

Vorrei dire ancora altro, potrei andare avanti all'infinito, ma mi sembra ingiusto togliere il piacere della lettura che si scopre ripercorrendo le fila che la Woolf ha tessuto con pazienza materna. È un saggio che vale davvero la pena di leggere perché fa riflettere, lascia immagini provocatorie e significative che aiutano a cogliere più lucidamente i rapporti scottanti fra due sessi ormai in perenne competizione, sia nella società che (ma forse dovremmo dire, soprattutto) nell'arte. A distanza di circa ottant'anni, risulta un'opera attualissima e tremendamente lungimirante. Alla fine si fa un respiro profondo e ci si chiede: "Cos'è cambiato? Ci siamo riuscite? Ci riusciremo mai?".

venerdì 12 aprile 2013

Gli strani effetti del sonno

Questo per me è un momento di estrema noia ed avendo a disposizione un foglio virtuale su cui scrivere (e che tutti potranno leggere! Non pensavo di poter esser tanto sicura di me), mi accingo a farlo. Premetto di non avere qualche bella idea da sfoggiare, qualcosa da consigliare (o pubblicizzare); il che contrasta nettamente con l'immagine che do di me, una sorta di venditrice ambulante- pubblicità occulta di tutto ciò che mi piace. Mi sto riferendo alla tendenza a parlare di libri che leggo, film che guardo e che mi piacciono o perché no, quando e come, chi, perché lo devi guardare (...) perdendomi in monologhi noiosissimi, per poi trovare lo sguardo del mio interlocutore fermo ad un "ma chi te l'ha chiesto, scusa?". Ma sorvoliamo.

Che scopo ha questo mio scrivere? Non lo so, e ve lo dico col cuore. La mia ossessione di voler scrivere di me per cercare di trovare chissà quale tesoro nascosto sedimentato nella mia interiorità (che poi dovrei già conoscere, almeno in parte, dato che ci vivo insieme da quasi vent'anni?) è preoccupante. Un'ossessione che praticamente la maggior parte degli scrittori dopo il Romanticismo (la febbre dell'interiorità, le confessioni, i diari personali; fossi vissuta a quel tempo avrei pompato la mia immagine all'inverosimile!) continua a mantenere perché, in fondo, cosa c'è di più interessante di noi stessi? Insomma, narcisismo allo stato puro, ecco ciò che accomuna una larga percentuale degli intellettuali. Ancora peggio se pensiamo che praticamente tutte le opere nascono da moti interiori e da fatti meramente autobiografici. Siamo ossessionati dall'idea di noi stessi, come se fossimo speciali ed avessimo sempre qualcosa da dire. 

Dovrei andare a dormire, ne sono fin troppo consapevole, ma mi sto divertendo molto a lasciarmi trasportare dai primi pensieri che mi capitano per la testa, incontrollati e sconnessi. Queste idee, così allo stato embrionale, in fondo sono il tesoro, la materia prima su cui gli scrittori lavorano, che limano con maniacale e materna attenzione, evitando il rischio di smussare troppo gli angoli o enfatizzare troppo alcuni aspetti. Poveri scrittori, sempre così prudenti, in perenne stato di chi va là, per non risultare sgradevoli o eccessivi ai propri occhi e soprattutto a quelli degli altri. Ho fatto attenzione, solo ultimamente e solo grazie alla Woolf (ma non dirò perché e come sto leggendo quel suo libro piuttosto che un altro, etc.), a quest'ultimo aspetto.

Gli artisti spesso sono sensibili (oppure montati e sbarellati, ma questa è un'altra faccenda) ed è forse per questo che si sentono ancora più spesso tagliati fuori dal mondo (dovrei fare un disclaimer lunghissimo dicendo che bisogna però fare attenzione ai periodi storici perché, ad esempio, in tempo di guerra molti artisti invece sono integratissimi e portano avanti battaglie ideologiche- ma fingiamo di saperlo già). Eppure da parte degli artisti c'è sempre un atteggiamento di cieca sottomissione, continua ricerca di piacere a qualcuno (un pubblico si direbbe, ma non necessariamente, a volte ambiscono solo al riconoscimento da parte di un gruppo limitato di persone per sentirsi "parte" di qualcosa). Più si sentono respinti o indifferenti alla società e più cercano di avvicinarsi, di dimostrare che valgono qualcosa. Hanno perso l'aureola, certo, ma pretendono almeno una corona di cartone (perdonate l'immagine, è orribile, ma ho il cervello in stand-by e non mi viene di meglio).

Poi però, mi dico, ci sono anche le epoche in cui l'integrazione non è più minimamente possibile ed allora, i poeti in particolare, si piangono addosso affidandosi al passato oppure reagiscono con un atteggiamento del tipo: "Se non posso essere come vogliono loro, allora sarò qualcos'altro" (e quasi sempre questo "altro" vuole essere una provocazione, perciò riprendono esattamente l'archetipo sociale per eccellenza e lo ribaltano). E' straordinario vedere come ogni atteggiamento umano - intendo presente in tutti i comuni mortali -sia però potenziato all'ennesima potenza dalla maggior parte degli artisti. E' un bisogno viscerale

Anche quando si trovano sul ciglio della strada e non hanno pane e sanno di aver fallito, da bravi idealisti quali sono ("meno male" che gli ideali fra gli artisti siano così forti ed intensi) non si mettono a cercare un'occupazione che possa garantire loro un pasto caldo, ma si lasciano morire come cani. Relitti di ideali e vergogna. Bella l'arte, un po' meno belli gli artisti (ma è forse proprio questo che li rende sovrumani?). Io, stupidamente, rimango sempre affascinata da quest'immagine di estrema decadenza che però ha un valore inestimabile: contiene un retroscena di rifiuti di compromessi in nome di ideali assoluti che la corporeità (in senso lato: la società) non può in nessun modo intaccare. Sovrumani.

venerdì 5 aprile 2013

Gavroche

M'ero ripromessa di essere regolare e costante nei miei impegni ma, come sempre, non sembro esserne in grado (non l'avrei mai detto?). Torno a quest'ora indecente per mettere in rete un testo tradotto che merita di essere considerato (ed ancora riconsiderato all'infinito, come tutti i classici). Grazie al capolavoro di Tom Hooper "Les misérables" (sarà un titolo con cui vi assillerò, ne son certa) , che ha origini ben più illustri, m'è tornato alla mano il magnifico mattone di Hugo. Ed uno dei passi più commoventi è la morte del piccolo Gavroche, il "pigmeo" che prese parte alle insurrezioni del 1832. Un gran bel periodo per gli idealisti. In rete non ci sono traduzioni in italiano, ed è un gran peccato, perciò sono molto contenta di poterlo presentare. Non aspettatevi granché però, è una traduzione amatoriale, spero solo di esser riuscita ad esprimere al massimo la metà (meglio dire un quarto?) dell'emozione che Hugo ha impiegato nella stesura. Tengo a precisare che le brevi strofe cantate da Gavroche sono molto musicali (ed in rima) solo in lingua originale, in italiano non riescono a mantenere le rime, con la sola eccezione della prima.

In ogni caso, buona lettura!

"A furia d'andare avanti, giunse al punto in cui il fumo della sparatoria diventava trasparente.I fucilieri della linea messi in fila, all'affuso dietro la sollevazione del lastricato, ed i fucilieri della periferia ammassati all'angolo della strada, improvvisamente si mostrarono a vicenda qualcosa che si agitava nel fumo. Nel momento in cui Gavroche stava privando un sergente, che giaceva al limite della barricata, delle sue cartucce, una pallottola colpì il cadavere.
- Diamine! disse Gavroche. Ecco che mi ammazzano i morti.

Una seconda pallottola fece brillare il selciato vicino a lui. Una terza fece capovolgere il suo cesto. Gavroche osservò e vide che proveniva dalla banlieue.
Si drizzò in piedi, i capelli al vento, le mani sulle anche, l'occhio fisso sulle guardie nazionali che tiravano, e si mise a cantare:

Siamo brutti a Nanterre,
E la colpa è di Voltaire,
Siamo bestie a Palaiseau,
E la colpa è di Rousseau.


Poi raccolse il suo cestino e ci rimise, senza perderne nemmeno una, tutte le cartucce che erano cadute e, avanzando verso la sparatoria, andò a svuotare un'altra giberna*. Lì, una quarta pallottola lo mancò ancora. Gavroche cantò:

Non sono notaio,
E la colpa è di Voltaire,
Sono un piccolo rapace,
E la colpa è di Rousseau.


Una quinta pallottola riuscì solo a tirar fuori da lui una terza strofa:

La gioia è il mio carattere,
E la colpa è di Voltaire,
La miseria è il mio corredo,
E la colpa è di Rousseau.


Andò avanti così per un po' di tempo.
Lo spettacolo era spaventoso ed affascinante al contempo. Gavroche, fucilato, provocava la scarica dei proiettili. Aveva l'aria di divertirsi molto. Era il passero che beccava i cacciatori. Rispondeva ad ogni scarica di proiettili con una strofa. Lo prendevano di mira in continuazione, lo mancavano sempre. Le guardie nazionali ed i soldati ridevano mentre lo rimettevano nel mirino. Si sdraiava, poi si rimetteva in piedi, si manteneva nell'ombra dello stipite di una porta, poi saltava fuori, scompariva, ricompariva, si salvava, tornava, rispondeva ai colpi con una pernacchia e nel frattempo rubava le cartucce, svuotava le giberne e riempiva il suo cesto. Gli insorti, affannati per l'ansia, lo seguivano con gli occhi. La barricata tremava; lui invece cantava. Non era un bambino, non era un uomo; era uno strano monello fatato. Si direbbe il nano invincibile della mischia. Le pallottole correvano dietro di lui, lui era più veloce di loro. Giocava a non so quale spaventoso nascondino con la morte; ogni volta che il volto della morte si avvicinava, il ragazzino gli dava un colpo. Tuttavia un proiettile, più mirato o più traditore degli altri, finì per raggiungere il bambino con l'argento vivo addosso. Gavroche barcollò, poi si accasciò. Tutta la barricata emise un grido; ma c'era del sangue di Antea [gigante mitologico che ritrovava la sua forza nella terra] nel pigmeo; per il ragazzino toccare il lastricato è come per il gigante toccare la terra; Gavroche era caduto solo per rialzarsi; rimase seduto, un lungo rivolo di sangue rigava il suo volto, alzò entrambe le braccia in aria, guardò nella direzione da cui era arrivato il colpo, e si mise a cantare:

Sono caduto per terra,
E la colpa è di Voltaire,
Il naso nel ruscello,
E la colpa è di...


Non riuscì mai a finirla. Una seconda pallottola dallo stesso fuciliere tagliò corto. Questa volta la faccia cadde al suolo e non si mosse più. La piccola grande anima s'era appena alzata in volo."

(Spero di tornare presto)

giovedì 21 marzo 2013

L'approccio sbagliato

Buona sera (o quasi buona notte).
Dopo questa bellissima giornata primaverile m'è tornato in mente (come un'illuminazione dall'alto, amen) un articolo che avevo letto tempo fa e che mi aveva "aperto un mondo". L'articolo è questo, scritto da Giacomo Sartori, di cui non ho letto praticamente nulla se non brevi articoli sul blog collettivo "Nazione Indiana". Già il titolo dovrebbe incuriosire -o almeno con me aveva funzionato- perché esordisce in maniera provocatoria con: "La stupidità degli scrittori". Temo che molti non abbiano voglia di proseguire nella lettura, dopo avervi propinato un articolo così leggero e così corto (sento già le vostre dita che guidano la freccetta del mouse verso l'uscita d'emergenza). Ma insisto nel mio essere fastidiosa e riassumo all'osso la sua tesi.

Secondo Sartori, i migliori scrittori hanno intelligenza mediocre ed originalità che, non indifferente, è frutto dei loro difetti di carattere; prosegue dicendo che se fossero tutti intelligentissimi e perfetti, si ridurrebbero a scrivere speculazioni filosofiche ed incomprensibili, facendo solo vanto della propria erudizione. Come potrei non essere d'accordo? Essere scrittore non significa mostrare quanto si sappia di una disciplina piuttosto che di un'altra perché di questo, al lettore medio, non frega proprio nulla (a meno che non si tratti di ricerche, ed allora sì che ci servono i sapientoni).

Ma sorvoliamo su questi aspetti che, seppur interessanti, sono marginali rispetto alla riflessione che vorrei fare. A metà dell'articolo, il nostro Sartori dichiara che: "Quello che viene impropriamente chiamato genio è in realtà il pedissequo frutto di uno squilibrio, un riuscito dosaggio di doti e tare", e riporta (con mio grandissimo piacere) alcuni grandi autori affiancati da una caratteristica o un difetto che li rendano davvero tipici, davvero loro. Non dice di Dante che è stato il fondatore della letteratura italiana e che senza di lui non avremmo certamente le Lettere, così come le conosciamo oggi (ed io sono davvero stanca di avere definizioni simili in tutte le antologie che mi propinano, con tutto il rispetto per il signor Alighieri) perché non direbbe nulla di concreto. Dice piuttosto che è: "un bigotto pedantone con il dente avvelenato". Ed allora sorrido. Non perché Dante non mi vada particolarmente a genio (sì), ma perché finalmente me lo riesco ad immaginare come persona, non come entità astratta (vi invito a leggere anche gli altri scrittori, tutti abbozzati in maniera ironica e piacevole).
Comunque, eccoci all'input. L'ammirazione che ho provato per Sartori nelle scarse righe (d'altronde non poteva mica scrivere la Divina Commedia!) che ha dedicato alle personalità degli scrittori, in realtà s'è rivelata gratitudine. Perché, per la prima volta, dopo anni di antologie noiosissime che reiteravano definizioni pompose di elogio/critica, qualcuno mi parla di un autore in maniera umana, mi fa capire che dietro a quelle opere (che possono piacere o non piacere, appassionare o annoiare) c'è un uomo, con una personalità ben definita e magari alcune peculiarità. In sostanza: mi fa conoscere lo scrittore. Ciò che le antologie non fanno (e spesso nemmeno i professori) è stabilire un contatto reale con lo scrittore, con la sua personalità. Io mi appassiono in maniera viscerale di uno scrittore quando so, per esempio, che ha fatto esperienze che io stessa vorrei fare, quando s'è distinto per irascibilità o sensibilità. Parto con pregiudizi (positivi, ma pur sempre tali) e riscopro con maggiore interesse la sua letteratura, la sua poesia. Lo ricollego alle opere, lo vedo scrivere, arrabbiarsi e pubblicarsi da anonimo, nascondersi dietro circoli letterari, ubriacarsi, soffrire per amore, fare viaggi da vagabondo. Ossia, lo vedo rivivere nelle sue opere, in ciò che ci ha lasciato.

Si capisce allora -seguendo "l'approccio sbagliato" delle antologie- perché le persone odino studiare letteratura e le vite degli autori (che noia, perché mi devo imparare ogni singolo viaggio, ogni rivista in cui è stato pubblicato?). Ciò che manca è la prospettiva per capire l'autore, qualche aneddoto, qualche curiosità (meglio se una "tara") che ce lo faccia avere in simpatia o antipatia, che permetta un legame fra persona e persona, non studente frustrato e persona X che ha scritto l'opera Y. Al di là dell'arte c'è sempre uno scrittore, scultore, pittore, ma prima di tutto una persona. Non deve quindi essere un rapporto asettico, come risulta nella maggior parte dei casi. Ciò che dimentichiamo (in generale, ma io punto il dito sempre sui critici, fatemi ricredere, per me è un'antipatia davvero sentita) è che quei nomi scritti sulle copertine dei libri non sono solo lettere ma rappresentano un'identità, una persona che in un lontano 1500 potevi incontrare per strada, in campagna, o nella corte ferrarese, e così via.

Le biografie storiche (ma anche romanzate) degli autori sono un ottimo modo, a mio parere, di stabilire un contatto coi "barbosi" scrittori che troviamo sulle antologie, insipidi ed insignificanti. Leggendone magari gli amori, le avventure, le delusioni, le pazzie (e per gli scrittori ce ne sono tantissime!) ci sentiremo loro compagni e magari anche amici, non anonimi studenti succubi dei loro versi e delle loro trame infinite. Cammineremo di pari passo con loro, parleremo, berremo un bicchiere di vino al loro tavolo, li vedremo inveire e lottare. Ecco ciò che io intendo quando dico a qualcuno che devo ancora "entrare nell'ottica" dello scrittore (risultando magari stupida, ma ci sono tantissime occasioni in cui lo sembro) per poterlo giudicare. Devo semplicemente conoscerlo. E forse dovremmo tutti.